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Press release

Linda Fregni Nagler, Jochen Lempert, Johan Österholm,
Barbara Probst, Leticia Ramos, Alessandra Spranzi, John Stezaker

JAMAIS LAISSER LES PHOTOS TRAINER
17 May - 22 September 2018 

The exhibition suggests an idea of photography as a training of the gaze. It features artists  who are experiencing epochal changes in the way of perceiving space and time, images and their multiplication and spread. It outlines a discourse on the potential of photography as a tool of knowledge that restores to the gaze something it is perhaps losing, due to accumulation or cultural blindness: the ability to see and to sense the mutual relations among images.
The desire to return to the basic elements of photography – light and time – to reactivate obsolete techniques and procedures, to get back in touch with the miracle of analog photography and the darkroom, or to insist on always using the same camera, is intertwined with an attitude of reinterpretation of artifacts that belong to the dawn of photography, or research and gathering of images that already exist – by others, anonymous or humble images – found where no one was looking any longer. Images, these last ones, observed and re-observed, cut and rephotographed, magnified, enlarged, grouped, overlapped, reorganized, enabling them to still reveal their semantic potential. In the photographs we can recognize that mixture of art and science, creative inspiration and technological invention of the pioneers, or a technological sophistication that moved forward with the discoveries of those inventors. Works that involve the viewer in an act of complicity, force him into a situation of intimacy.

“Never leave photos lying around” - as the title of the show quotes from the film Ascenseur pour l'échafaud (Elevator to the Gallows) by Louis Malle -  because you never know what an artist might do with them.

Alongside Linda Fregni Nagler (Stockholm, 1976, lives in Milan), who this time has selected images of smoke from her collection of 3600 magic lantern slides, which she prints with analog procedures on direct positive paper and recolors by hand, translating the material quality and chromatic substance of the original artifacts, there is a photographer who works with and always carries a 35mm camera, Jochen Lempert (Moers, 1958, lives in Hamburg), with his natural aptitude for recognizing and combining corresponding forms. The German artist puts us in touch with concrete realities that would escape our attention were it not for his polite insistence. He makes us see things that have passed us by while we were distracted, amplifying vision through an original choreographic arrangement of the images in the exhibition space.
The same intensity of relation with the image is always a feature of the collages of John Stezaker (Worcester, 1949, lives in London) and of the works of Alessandra Spranzi (Milan, 1962, lives in Milan), where the combinatory quality of the visual palimpsest or surprising operations of semantic slippage are able to induce a sort of enchantment in the face of an unexpected phenomenon that always regenerates itself.

Others, like Johan Österholm (Borås, 1983, lives in Malmö) are seduced by images that come from the sky. He makes off-camera photographs, direct imprints, of one half of an apple or of the moon, playing with the quantity of light in relation to the sensitivity of the  emulsion.
A return to experimentation that in the practice of Leticia Ramos (Santo Antônio da Patrulha,1976, lives in São Paulo) feeds on the fascination with images obtained by etching them on a photosensitive surface. The Brazilian artist presents a new series of photograms that reconstruct the image of a sculpture on photographic paper – seeming like a tribute, starting with the title, to the repertoire of organic concretism of her culture – in which light brings out the variety of surfaces, full and empty zones, in an infinite game of visual possibilities.

This multiplied vision is achieved in a completely different way by Barbara Probst (Munich, 1964, lives in New York), who stages a situation calculated to disrupt the monocular perspective system of Renaissance origin, incorporated in photography, obtaining a simultaneous double image of an ice skater in Central Park.

Linda Fregni Nagler, Jochen Lempert, Johan Österholm,
Barbara Probst, Leticia Ramos, Alessandra Spranzi, John Stezaker

JAMAIS LAISSER LES PHOTOS TRAINER
17 Maggio - 22 Settembre 2018

La mostra suggerisce un’idea della fotografia come esercizio dello sguardo. Presenta artisti che vivono cambiamenti epocali nel modo di sentire lo spazio e il tempo, le immagini, la loro moltiplicazione e dispersione. Si tratta di un’analisi delle potenzialità della fotografia come strumento di conoscenza che restituisce all’occhio quello che sta forse disimparando per accumulazione o cecità culturale: saper vedere e sentire la relazione reciproca tra le immagini.
Il desiderio di ritornare agli elementi basilari della fotografia, la luce e il tempo, di riattualizzare tecniche e procedimenti obsoleti, di riavvicinarsi al miracolo dell’analogico e alla camera oscura o di insistere a usare sempre la stessa macchina, s’intreccia a un’attitudine rivolta alla reinterpretazione di artefatti che appartengono all’alba della fotografia o alla ricerca e raccolta di immagini già esistenti – di altri, anonime o povere – trovate dove nessuno le cercava più. Immagini, queste ultime, che vengono guardate e riguardate, tagliate e ri-fotografate, avvicinate, ingrandite, raggruppate, sovrapposte, riorganizzate e, così, riescono ancora rivelare il loro potenziale semantico. Nelle fotografie si riconosce quella mescolanza di arte e scienza, d’ispirazione artistica e invenzione tecnologica dei pionieri, che ha fatto avanzare le scoperte di quegli inventori. Si tratta di opere che coinvolgono lo spettatore in un atto di complicità, lo costringono a un’intimità.

‘Mai lasciare incustodite le fotografie’ – come allude, con ironia, il titolo della mostra, tratto dalla pellicola del 1958 di Louis Malle, Ascenseur pour l'échafaud (Ascensore per il patibolo) – perché non si sa mai cosa possa farne un artista.

Accanto a Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976, vive a Milano) che, questa volta, sceglie, tra i vetri per lanterna magica della sua collezione di 3600 pezzi, immagini di fumo, li stampa con procedimento analogico su carta positiva diretta e li ricolora a mano, traducendo così la materialità e la sostanza cromatica degli artefatti originali, c’è un fotografo che lavora e tiene sempre con sé una 35mm come Jochen Lempert (Moers, 1958, vive ad Amburgo), a cui appartiene la stessa naturale disposizione a riconoscere e combinare corrispondenze di forme. L’artista tedesco ci pone di fronte a concrete realtà che, senza la sua cortese insistenza per farcele notare, ci sfuggirebbero. E ci fa rivedere cose che ci sono passate accanto mentre eravamo distratti, amplificando la visione attraverso un modo inedito di arrangiare coreograficamente le immagini nello spazio espositivo.
La stessa intensità di relazione con l’immagine si riconosce, da sempre, nei collage di John Stezaker (Worcester, 1949, vive a Londra) come nelle opere di Alessandra Spranzi (Milano, 1962, vive a Milano) in cui la qualità combinatoria del palinsesto visivo o le sorprendenti operazioni di slittamento semantico riescono a provocare un specie di incanto di fronte a un fenomeno inatteso che sempre si rigenera.

C’è poi chi, come Johan Österholm (Borås, 1983, vive a Malmö), si fa sedurre dalle immagini che vengono dal cielo e realizza fotografie off-camera, ottenute senza l’uso della macchina, ma per impressione diretta, anche della metà di una mela o della luna, giocando con la quantità di luce in rapporto alla sensibilità dell’emulsione.
Un ritorno alla sperimentazione che, anche nella pratica di Leticia Ramos (Santo Antônio da Patrulha,1976, vive a San Paolo), si nutre della fascinazione a ottenere immagini che si incidono su una superficie fotosensibile. L’artista brasiliana presenta una serie inedita di fotogrammi che ricostruiscono sulla carta fotografica l’immagine di una scultura – che sembra omaggiare, fin dal titolo, il repertorio organico concretista della sua cultura –  in cui la luce evidenzia la varietà delle superfici, i vuoti e i pieni, in un gioco infinito di possibilità visive.

Questa visione moltiplicata è ottenuta, in tutt’altro modo, da Barbara Probst (Monaco di Baviera, 1964, vive a New York) che costruisce una messa in scena calcolata per stravolgere il sistema prospettico monoculare di origine rinascimentale destinato a essere incorporato nella fotografia, ottenendo una doppia immagine simultanea di una pattinatrice su ghiaccio a Central Park.

Texts

Jochen Lempert

Johan Österholm

Barbara Probst

Leticia Ramos

Alessandra Spranzi

John Stezaker